Menu pagine del Blog

lunedì 20 giugno 2011

Il termine “eremo”

Fra i numerosi testi consultati, compaiono qui soltanto quelli che sembrano offrire le considerazioni più significative sull’etimologia ed il senso del termine “eremo”, nonché quelli che, sia pur indirettamente, possono essere di conforto alla comprensione delle vicende più generali della nostra lingua.

1 - Campanini / Carboni, Vocabolario della lingua latina, Ed. Paravia, Torino, 1950.
2 - Calonghi, Vocabolario della lingua latina, tomo latino/italiano, Ed. Rosenberg-Sellier, Torino, 1960.
3 - Calonghi / Georges, Vocabolario della lingua latina, Ed. Rosenberg, Torino, 1967.
4 - D’Arbela / Annaratone, Vocabolario della lingua latina, tomo latino/italiano, Ed. Signorelli, Milano, 1953.
5 - Perugini, Vocabolario della lingua latina, tomo italiano/latino, Ed. Libreria Vaticana, Stato del Vaticano, 1976.
6 - Gaffiot, Vocabolario della lingua latina, tomo latino/italiano, Ed. Piccin, Padova, 1973.
7 - Manlio e Michele Cortellazzo, Dizionario etimologico della lingua italiana, Ed. Zanichelli, Bologna, 1999.
8 - Borgonovo / Torelli, Dizionario etimologico della lingua italiana: le parole e la loro storia, Ed. La Scuola, Milano, 2006.
9 -  Zingarelli, Il nuovo Zingarelli gigante, vocabolario della lingua italiana, Ed. Zanichelli, Bologna, 1983.
10 - Sabatini / Coletti, Dizionario della lingua italiana, Tomo II, Ed. Rizzoli-Larousse, Milano, 2004.
11 - Salvatore Battaglia, Grande dizionario della lingua italiana, Ed. UTET, Torino, 1968.
12 - Tullio De Mauro, Grande dizionario italiano dell’uso, Ed. UTET, Torino, 2000.
13 - Istituto “Giovanni Treccani”, Vocabolario della lingua italiana, Ed. Ricordi / Olivieri, Milano, 1987.
14 - Istituto “Giovanni Treccani”, Lessico universale italiano di Lingua, Lettere, Arti, Scienze e Tecnica, Ed. Istituto Poligrafico Statale, Roma, 1981.
15 -  Pio Paschini, Enciclopedia Cattolica Lateranense, Ed. Sansoni, Firenze, 1950.
16 - Istituto “Giovanni Treccani”, Enciclopedia italiana di Scienze, Lettere ed Arti, Ed. Rizzoli / Bestetti / Tumminelli, Roma / Milano, 1931.
17 - Lao Paoletti, Parole e cose nel tempo, Ed. Paravia, Torino, 1978.
18 - Monaco / De Bernardis / Sorci, Il latino, oggi, Ed. Palumbo, Palermo, 1982.
19 - Giacomo Satta, Latinità nei secoli, Ed. Minerva Italica, Bergamo, 1989.
20 - Guido Vitali, La letteratura di Roma, Ed. Garzanti, Milano, 1962.21 - Berthold Altaner, Patrologia, Ed. Marietti / La Porziuncola, Roma / Assisi, 1997.
22 - Erba / Guiducci, Storia della Chiesa, Ed. L.D.C., Torino, 1989.

  
Sintesi delle considerazioni riportate dai testi N. 1 - 10
(considerazioni non troppo dissimili
si riscontrano anche nei testi che vanno dal N. 11 al N. 19)

 Testo N. 1
Il termine, contemplato soltanto nella sezione “italiano / latino”, viene tradotto esclusivamente con secessus, us e con locus solitarius, loci solitarii. Eremus non è presente.

Testo N. 2
Il termine viene riportato nella forma eremus, i m. e f.  / erema, orum n. (sempre accostato a locus, i - loca, orum n.). Si fa riferimento al Codice di Giustiniano.

Testo N. 3
Nella sezione “italiano / latino”, il termine compare tradotto con solitudo, inis f., e con locus, i solitarius, ii.
Nella sezione “latino / italiano”, il termine risulta soltanto nella forma complessa in eremo habitans. Eremus a sé stante, non è presente.

Testo N.4
Appare il termine eremus, i con la puntualizzazione dell’ambito d’origine e conseguente esclusivo uso: il linguaggio ecclesiastico. L’aggettivo eremus, a, um è da usarsi soltanto nell’espressione erema, orum , sottintendendo sempre loca.

Testo N. 5
Compaiono eremus, i, nonché eremia, ae ed erema, orum, con la precisazione che l’etimo non è latino, ma greco (èremos). Altre traduzioni, propriamente latine: recessus, us e secessus, us (dai paradigmi di recedere e secedere). Si citano gli eremi più noti che nella loro identificazione ricorrono alla dicitura giustinianea: quello Vallis Umbrosae, quello Camaldulensis e quello Tusculanii.

Testo N. 6
Il termine “eremo” viene dal greco èremos.  Citazione del Codice di Giustiniano.

Testo N. 7
Trattasi di terminologia ecclesiastica di derivazione greca. Interessante notare come la dizione latino (volgare) / italiana mantenga l’accentuazione sdrucciola di quella greca èremos. Si fa riferimento alla diffusione, per l’appunto, del volgare.

Testo N. 8
Dal greco èremos.

Testo N. 9
E’ un termine di uso ecclesiastico, derivante dal greco èremos.

Testo N. 10
Il termine “eremo” ci giunge dal tardo latino erèmum, a sua volta originatosi dal greco èremos, di cui l’italiano conserva l’accentuazione, come appare anche nella variante sincopata èrmo / érmo, riconducibile al sec. XIV.


 Altre sintetiche notizie in proposito, liberamente desunte dai testi che vanno dal N. 20 al N. 22,
nonché da opere a carattere enciclopedico qui non citate, in riferimento alle considerazioni dei testi precedenti.  Per il tema Il “volgare” si è fatto nuovamente ricorso ai testi N. 8 e N. 17.
Giustiniano

          L’imperatore bizantino Giustiniano I legò il suo nome soprattutto al Corpus Juris Civilis ed alla Pragmatica Sanctio, opere giuridiche redatte tra il 528 ed il 565, con le quali, in varie edizioni, venivano codificate ufficialmente le norme del Diritto Romano.

          Giustiniano II, succeduto al padre Costantino IV, nel 691 indisse a Costantinopoli un quarto Concilio, nel corso del quale con atto legislativo ecclesiastico dette origine a parte del Diritto Canonico della Chiesa Ortodossa, rifiutato tuttavia dalla Chiesa Cattolica. Tale Concilio fu anche chiamato, curiosamente, “trullano”, poiché si svolse in un trullum (= sala dal soffitto a cupola) del palazzo imperiale. Il quarto Concilio in realtà era il sesto, in quanto degli otto Concilii tenutisi a Costantinopoli (tra il 381 ed il 1241), la Chiesa Cattolica ne riconobbe solo quattro come ecumenici: i primi tre e il sesto, chiamato quindi - quest’ultimo - “quarto Concilio di Costantinopoli”.


Il “volgare”

          La lingua volgare era la lingua comunemente parlata nel Medioevo da tutti coloro che non conoscevano il latino, lingua delle persone colte. Vulgaris va quindi inteso come “proprio del volgo, del popolo”. Tuttavia, tra il latino ed il volgare si situavano, soprattutto nelle amministrazioni e dovunque il latino costituisse lingua ufficiale, gli idiomi romanzi (neolatini), cioè quelle evoluzio-

ni del latino stesso conseguenti a semplificazioni grammaticali del parlato, nonché a influenze fonetiche e morfologiche delle lingue e dei dialetti originari, preesistenti alla diffusione del latino. Consideriamo neolatine l’italiano, il francese (il provenzale), lo spagnolo, il portoghese, il ladino, il rumeno. Annoveriamo tra le lingue appartenenti a ceppi germanici: l’inglese ed il tedesco. L’origine di entrambi i gruppi è indo-europea.

           E’ utile, a questo proposito, riportare - sia pur liberamente - alcuni passi del testo di Paoletti (al N. 17 della bibliografia iniziale):

           A - “Nei secoli del massimo splendore di Roma, in Italia tutti usavano il latino, con qualche libertà nella pronuncia, con la stessa eleganza (se erano colti) nello scriverlo: i più grandi poeti di Roma non sono nati in Roma, ma in provincia (Catullo era di Verona, Virgilio di Mantova, Orazio di Potenza…). Lo stesso può dirsi per le popolazioni della Gallia Transalpina e della Spagna, dove il latino parlato venne introdotto dai soldati e dai coloni, che lo imposero alle popolazioni che già vi abitavano.
          Nei secoli imperiali alcuni tra i più grandi scrittori di Roma sono nati addirittura fuori dai nostri confini (Seneca e Lucano a Cordova, Quintiliano a Calahorra e Marziale a Bilbilis - pertanto, tutti in Spagna - Apuleio a Madaura, in Algeria…). Quando l’imperatore Caracalla, nel 212 d.C., estende la cittadinanza romana a tutti gli abitanti dell’Impero, il latino è veramente diffuso e parlato, sia pure con diversità locali, in tutta l’Europa allora civile ed anche oltre”. (Pag. 18)

          B - “All’alba del Medioevo la lingua scritta viene richiamata in vita dalle nuove classi dirigenti, alle quali viene insegnata dai dotti della Chiesa Cristiana. Il latino di Cicerone conoscerà così un nuovo millennio di vita, come linguaggio del diritto, della politica, della scienza e della raffinata poesia, usato dai dotti di tutta Europa, ma incompreso dalle popolazioni: così, classi dirigenti e classi subalterne sono drasticamente separate anche nel  Medioevo ed altrettanto drasticamente separati fra loro sono il latino dei dotti (lingua scritta) ed il neolatino del popolo (lingua parlata).
          Durante il Medioevo il latino fu lo strumento linguistico che permise la comunicazione fra uomini colti di differente nazionalità, strumento diverso dalle varie lingue madri, appreso tramite l’insegnamento scolastico. Nella corte di Carlo Magno, per esempio, dotti di diverse nazionalità come Teodolfo (visigoto), Alcuino (anglosassone), Paolo Diacono (longobardo), Eginardo (franco)… potevano intendersi assai bene tra loro parlando e scrivendo non la lingua dei loro rispettivi popoli, bensì il latino, che ciascuno di essi aveva imparato da fanciullo sui libri degli antichi scrittori. L’Europa medioevale era tenuta unita politicamente dall’Impero, ideologicamente dalla Chiesa, culturalmente dal Latino”. (Pag. 19)

          C - “Mentre gli ecclesiastici e gli amministratori statali, cioè la classe dirigente, continuano ad usare il latino imparato durante gli anni di scuola, i vari dialetti della Penisola evolvono rapidamente fino a divenire linguaggi completamente nuovi. In età carolingia (IX - X sec.) se un vescovo avesse usato per la predica ai fedeli il latino che usava per scrivere al pontefice o all’imperatore, certamente non sarebbe stato compreso da nessuno.
          (…) In questo stesso sec. X abbiamo le prime testimonianze scritte del volgare italiano. La prima è costituita dalle dichiarazioni di tre persone che di fronte al giudice attestano che un certo appezzamento di terreno posto nelle vicinanze di Capua appartiene da lungo tempo al convento benedettino di Montecassino. Il notaio scrisse il documento in latino, ma poiché la testimonianza era stata pronunciata in volgare (locale / protoitalico), per scrupolo di fedeltà, venne registrata

tale e quale”. (Pag. 23)

          D - “I borghesi amano anch’essi la raffinatezza e la cultura, ma non possono studiare lunghi anni per imparare il latino: preferiscono un’arte letteraria che si esprima con il loro volgare. Per farsi comprendere dai nuovi lettori o ascoltatori borghesi, prima i giullari, poi gli stessi dotti cominciano a scrivere le loro opere in diversi linguaggi. Così, se si rivolgono ad altri dotti, usano il latino, che - come si è detto - è compreso dagli intellettuali di tutta Europa, mentre, se si rivolgono ad un pubblico formato dai loro stessi concittadini, si servono del volgare della loro regione, cercando di abbellirlo con parole, costruzioni e figure stilistiche derivate dalla letteratura latina”. (Pag. 24)

          E - “All’inizio del Trecento le opere in volgare sono ormai piuttosto numerose, ma limitate negli argomenti: il volgare, infatti, viene usato per lo più in opere di intrattenimento,  mentre i grandi argomenti della filosofia, della storia… sono ancora affrontati in latino. Chi ebbe il coraggio, veramente rivoluzionario, di adoperare il volgare anche per discutere questioni e problemi culturalmente impegnativi, fu il fiorentino Dante Alighieri, desideroso di riuscire a comunicare le sue ansie e le sue speranze a tutti gli Italiani. Nella sua Comedia, che i posteri hanno definito Divina per la sua eccezionalità, egli volle rappresentare in tutta la sua grandiosità il quadro della corruzione della società di allora, indicando anche i mezzi per riportare il regno della pace e della giustizia”. (Pag. 27) 
         
          F - “Tra la fine del sec. XV e l’inizio del XVI il latino cessò praticamente in tutta Europa di essere la lingua della creazione letteraria, soppiantato ovunque dalle lingue nazionali, che meglio rispondevano alle esigenze espressive e comunicative dei vari popoli. Proprio del tutto però non scomparve, sebbene vedesse assai ridotta la sua sfera di presenza: esso, infatti, cominciò a vivere esclusivamente come lingua specialistica delle varie scienze (giurisprudenza, medicina, astronomia…), favorendo così i contatti fra studiosi di nazionalità diverse. Per esempio, l’italiano Galileo Galilei conosceva bene le teorie astronomiche (eliocentriche) del polacco Niccolò Copernico, proprio perché quest’ultimo aveva scritto le sue opere in latino, e non già in polacco o in tedesco”. (Pag. 30)

          G - (…) “Dunque, sappiamo che per secoli il latino fu la lingua degli antichi Romani, parlata prima nel Lazio, poi nell’intera Italia e quindi in gran parte dell’Europa e dell’Africa Settentrionale”. (Pag. 37)

           E’ utile, ora, riportare alcune citazioni del testo di Borgonovo / Torelli (vedi bibliografia,  al N. 8):

           A - “Molte parole, troppo difficili o dotte, tipiche della lingua scritta e non del parlato, uscirono dall’uso popolare e quindi non passarono di bocca in bocca nei secoli più bui del Medioevo, quando persone prive di istruzione andavano deformando, senza nemmeno accorgersene, i suoni e le forme del latino, fino a creare la nuova lingua volgare italiana. Queste parole dotte, però, prima o poi riapparvero, riscoperte dai letterati, uscendo fresche (e non sciupate) dai libri che le avevano custodite: la loro forma italiana rimase quindi molto più vicina a quella originale latina, quasi priva di trasformazioni”. (Pag. 10)

          B - (…) “Si parla di tradizione (cioè modo di tramandare) popolare per le parole che pre-

sentano i fenomeni di maggiore trasformazione, e di tradizione dotta per quelle parole che hanno subito meno modifiche rispetto al latino”. (Pag. 10).

          C - “La massima parte del lessico latino continua in quello italiano, fatte salve alcune modifiche fonetiche. C’è però un aspetto interessante: è soprattutto la lingua semplice e familiare, non quella degli intellettuali che passa nella lingua italiana”. (Pag. 12).

           Quelli appena riportati sono soltanto pochi e fugaci passaggi - nemmeno ben collegati fra loro -  delle discettazioni di alcuni latinisti, circa il destino nel tempo della lingua dei nostri padri. Uno di essi ha anche osservato che il nostro odierno “italiano” non è che il latino attuale…

          Ed ora, sarebbe interessante sapere se il termine “eremo” (che costituisce l’argomento della presente breve e poco organica relazione) rientri in qualcuno dei suddetti casi, ed in qual modo e momento: cioè, conoscere quali potrebbero essere state le sue vicissitudini nel passar dei secoli e nel mutar dei luoghi.

Eremi ed eremiti

          Tra i principali eremi, ricordiamo quello di Cassiodoro (VII sec.), di Monte Vergine (XII-XIII sec.), di Vallombrosa, di Tuscolo... Il più noto è senz’altro quello di Camaldoli (fondato da S. Romualdo nel 1012), citato anche da numerosi ed illustri personaggi del mondo dell’arte e della cultura in genere, quali: S. Agostino, Dante, Lorenzo De’ Medici, Leonardo, Ariosto, Vasari, Tasso, Alfieri, De Sanctis, D’Annunzio, Gozzano, Palazzeschi.

          Come non nominare, tra gli eremi, le vertiginose e pressoché inaccessibili, “Meteore” greche (Meteora =  “tra cielo e terra”), nella grande Piana Tessalica, ai piedi del Pindo, nei pressi di Kalambaka? Le aquile ancora volteggiano indisturbate intorno alle sottili ed altissime colonne di arenaria (sono una ventina e s’innalzano per circa settecento metri), su cui sorgono i monasteri della Santa Trinità, della Trasfigurazione, di Varlaam, di S. Nicola Anapafsa, di Rossano, di S. Stefano…: il tutto, a partire dal sec. XIV.

          Tra i primi eremiti, citiamo: S. Paolo di Tebe (III sec.), S. Antonio Abate (III-IV sec.), Ilarione (discepolo di S. Antonio Abate, IV sec.), S. Atanasio (IV sec.), S. Girolamo (IV sec.), S. Rufino (IV sec.), S. Benedetto (che  con la nota “Regola” sistematizzò la vita cenobitica, V-VI sec.).


 Tirando le somme

           Dunque, il termine italiano “eremo” (o “èrmo” o “érmo”), con accentuazione tonica alla greca (il greco lo dà come aggettivo indicante “deserto” / “desertico”, “solitario”, “isolato”… ed “eremita” è colui che vive, per l’appunto, nel “deserto”), lo troviamo tradotto in latino (quando lo troviamo…) con eremus / erema / eremum / eremia, ma anche con desertus / desertum / deserta / solitudo, opportunamente declinato (a volte con valore di sostantivo, altre di aggettivo, talora solo al plurale, per di più potenzialmente di genere maschile, ma all’occorrenza femminile o neutro…, sostituito, in particolari contesti discorsivi, con in eremo (o in deserto) habitans, per indicare, evidentemente, l’ “eremita” più che l’ “eremo”), soltanto a partire dalla fine dell’Alto Medioevo c’è anche chi preferisce rendere “eremita” con anachoreta, ae.

          In epoche anteriori, soprattutto a cavallo tra il I secolo a.C. ed il I d.C. (quindi, augustea e dintorni), quando la lingua latina non soffriva ancora troppo di incolte contaminazioni e la civiltà romana conosceva lo splendore del suo Primo Impero, per significare quel che noi intendiamo con “eremo”, si ricorreva a circonlocuzioni come locus solitarius (et similiter...), o si prendevano a prestito flessioni verbali adattandole a morfemi lessicali e dotandole dei casi previsti per le declinazioni (come recedere o secedere). Il Satta insiste sul fatto che il latino dell’epoca imperiale, probabile evoluzione dell’umbro, può essere indicato come una delle lingue più strutturate, organizzate e precise che siano mai esistite.

          Sappiamo che la lingua latina toccò vertici di notevole raffinatezza soprattutto nelle opere in prosa di Cesare, Cicerone e Livio e con la poesia di Catullo, Lucrezio, Virgilio, Orazio e Ovidio.  Cicerone, in particolare, stabilì i canoni della lingua colta ed ebbe un’immensa influenza sugli scrittori dei secoli successivi, addirittura fino al Petrarca ed ai migliori esponenti della letteratura rinascimentale, con la sua prosa ricca e fluida che sa unire chiarezza ed eloquenza (vedi, per esempio, le Catilinarie e le Philippicae).

          L’esplicita puntualizzazione rilevabile in molti vocabolari secondo cui eremus è voce tardo-latina ed appartenente a linguaggio ecclesiastico post-giustinianeo, nonché, addirittura, la drastica assenza del termine da alcuni di essi (forse, i più rigorosi e maggiormente aderenti ad un idioma “classico”…) plausibilmente stanno, per l’appunto, ad indicare la sua estraneità alla lingua originaria. Può darsi che proprio per questo gli autori di tali testi non abbiano ritenuto opportuno inserire il lemma in questione in un lessico latino.

          Tuttavia, visto che ormai da secoli è invalso l’uso di rifarsi - almeno, in talune circostanze - al più volte menzionato “latino ecclesiastico”, ben venga allora il termine eremus (sostantivo m. s. di II: almeno lo speriamo, visto che potrebbe essere di tutto!): però non dobbiamo convincerci, per questo, di esprimerci “in latino”, dal momento che probabilmente “puro” latino non è.

          Verrebbe la tentazione di parlare di “imbarbarimento” di una lingua, ma in questo contesto forse sarebbe eccessivo, visto che si tratta pur sempre - almeno nel caso specifico - di un termine che affonda le sue radici in una nobilissima cultura, quella greca, che niente ha da invidiare a qualunque altra e dalla quale, anzi, il mondo intero ha solo da imparare. Sono le evoluzioni ed i rimaneggiamenti successivi, spesso così arbitrari, confusi e contraddittori, che possono lasciare perplessi.

         Ma… il menzionato vate Cicerone quale opinione avrebbe in proposito?

         Ad ogni modo, appare opportuno seguire l’ammonimento di S. Girolamo: De necessitate virtute (facere), ma al tempo stesso ben consapevoli che, come ci allerta Seneca, Beatus dici nemo potest, extra veritatem proiectus!
                                                                                                          __________________________

                                                                                                                    (Francesco Mutolo)

          Viterbo, 5 Aprile 2010

- - - - - - - - -
P.S.: Per ogni altra considerazione ed ogni altro approfondimento, lascio il campo agli esperti.

Nessun commento:

Posta un commento