“Amicus Plato, sed magis amica veritas” è una frase citata dallo scrittore latino Ammonio e attribuita a diversi filosofi dell’antichità: allo stesso Platone (che la riferisce a Seneca), a Seneca (con riferimento a Platone) o ad Aristotele. Chiunque l’abbia detta, è un’affermazione molto bella e impegnativa, ma difficile da mettere in pratica. Oggi il Platone della frase potrebbe essere sostituito dal grande mito, ricorrente soprattutto in alcuni ambienti che si proclamano “ecumenici”, e che si chiama “dialogo”. E potrebbe suonare così: “Anch’io amo il dialogo, ma amo ancor di più la verità”.
“Amicus Plato, sed magis amica veritas” è una frase citata dallo scrittore latino Ammonio e attribuita a diversi filosofi dell’antichità: allo stesso Platone (che la riferisce a Seneca), a Seneca (con riferimento a Platone) o ad Aristotele. Chiunque l’abbia detta, è un’affermazione molto bella e impegnativa, ma difficile da mettere in pratica. Oggi il Platone della frase potrebbe essere sostituito dal grande mito, ricorrente soprattutto in alcuni ambienti che si proclamano “ecumenici”, e che si chiama “dialogo”. E potrebbe suonare così: “Anch’io amo il dialogo, ma amo ancor di più la verità”.Sia ben chiaro, non si parla di verità assoluta, metafisica, ma di una realtà molto più
semplice che consiste nel non far dire ai testi scritti quello che non dicono, o di far credere che dicano solo quello che fa comodo alle proprie tesi, nascondendo quello che potrebbe risultare favorevole alle tesi dell’avversario. Si tratta di una verità che definirei “giudiziaria” in quanto si basa su dati di fatto, che si possono riscontrare confrontando gli scritti a cui si fa riferimento.
Le sfaccettature numerose e non secondarie all’interno delle singole religioni coinvolte nei tentativi di dialogo, permettono di identificare le proprie posizioni con l’una o l’altra, vista come espressione unica ed autentica della fede che rappresentano. La ricerca della verità, in questi casi, non consiste nel dichiarare vera o falsa una religione, ma nel verificare se esistono davvero i principi sui quali si fonda. Si dovrà considerare “vera” un’affermazione che si trova “realmente” nei testi sui quali si fonda una certa religione e al contrario “falso” un insegnamento che non si trova nei testi o che in essi ha un significato diverso da quello che gli attribuisce.
Queste considerazioni mi sono venute in mente leggendo il testo di una relazione tenuta al convegno che si è svolto a Viterbo il 18 settembre u.s. sul tema dell’economia alla luce dell’enciclica “Caritas in veritate”. Tra gli interventi sull’argomento economico ne è stato inserito anche uno di carattere prettamente teologico, svolto dal dott. Pallavicini, Presidente della Comunità Religiosa Islamica (CO.RE.IS.) Italiana.
L’impressione che ho avuto leggendo le due fitte cartelle della relazione, è stata quella che molto probabilmente voleva lasciare l’autorevole rappresentante islamico, e cioè che siamo tutti fratelli, che le differenze dogmatiche non contano più di tanto, che con il Papa si sono già avuti contatti, che sostanzialmente siamo già tutti “musulmani”…
La mia impressione è fondata su parecchie espressioni, a mio giudizio, inequivocabili, a partire dall’affermazione che dà il titolo alla relazione: “L’Universalità del Monoteismo abramico”. In questo caso si sfrutta il luogo comune che confonde la realtà di Dio in se stesso (non può esistere che un solo Dio) con il modo di rappresentare le sue caratteristiche (diverse in ogni religione). Un ragionamento che, ovviamente, non regge ma che avalla la convinzione che ebrei, cristiani e musulmani condividano la stessa fede, cosa che non corrisponde alla verità.
Ebrei e cristiani sono chiamati “fratelli” ripetutamente. Penso che basti riflettere su che cosa è accaduto nella storia passata e a quanto avviene nella cronaca quotidiana per rendersi conto che questa definizione può rappresentare un bellissimo ideale ma che è fuori della realtà in cui viviamo.
A proposito di Maria si dice (cito dal testo della relazione): “nella sua innocenza immacolata, rappresenta il terreno ‘vergine’ nel quale Dio ha inscritto il Suo ‘Verbo’, allo stesso modo in cui Egli ha inciso nel cuore del Profeta i versetti del nostro santo Corano, che rappresenta esso stesso il Suo Verbo non incarnato”. Ma è proprio questo l’insegnamento della fede cristiana su Maria?
Nella successione dei profeti è inserito anche Gesù, chiamato (trascrivo il testo): “Nostro Signore Gesù Cristo, da noi musulmani considerato come Ruh Allah, ‘Spirito di Dio’, e atteso nella sua seconda venuta, condivisa dai nostri fratelli cristiani…”. È proprio questo il Gesù presentato nei Vangeli e predicato da Paolo? Chiamare Gesù con l’espressione tipica del cristianesimo non va contro l’insegnamento esplicito del Corano?
Poiché la parola “islam” significa sottomissione (si intende ‘a Dio’), sono musulmani “tutti coloro che a Lui si sottomettono, anche se possono essere chiamati ‘Ebrei o Cristiani’”. Ma se è così, come si spiegano le violenze contro di loro e l’intolleranza nei loro confronti? È anche vero che violenze analoghe sono esercitate nei confronti dei “fratelli islamici”, ma essere accomunati a loro nelle stragi non ci fa certo esultare di gioia.
Non manca un riferimento al simbolismo della croce che viene fatta passare addirittura come un elemento comune a cristiani e musulmani. Dimenticando però una cosa: per noi cristiani non è la croce in se stessa che ha valore ma chi ci sta sopra. È Gesù crocifisso che dà significato e valore alla croce, e non il contrario. Ma è proprio il “crocifisso” che ci distingue nettamente dall’Islam.
Però nella relazione del Presidente della CO.RE.IS. non è tutto irenismo ecumenico come potrebbe sembrare dalle citazioni precedenti. A commento della lettera inviata al Papa, troviamo una considerazione che, a mio avviso, esprime con chiarezza il vero atteggiamento degli islamici nei confronti del Cristianesimo, accusato di “presentarsi come una super-religione civile, con il rischio di dimenticare, misinterpretando un troppo proclamato incontro storico avvenuto con Dio in terra, quell’attesa messianica che proprio noi musulmani abbiamo il dovere di ricordare a tutti, prima che sia troppo tardi”.
A parte l’oscura minaccia (“prima che sia troppo tardi”!), con il rifiuto del mistero dell’incarnazione del Verbo si prendono nettamente le distanze dal Cristianesimo, che proprio in quell’avvenimento vede la realizzazione delle promesse di Dio per salvare l’umanità. Che si tratti di una dichiarazione voluta o sfuggita al relatore, mi pare che comunque sia chiaro che un dialogo tra Cristianesimo e Islam su temi religiosi, affrontati seriamente e non con frasi di comodo, è del tutto impossibile.
La relazione di Pallavicini mi è sembrata un’eccellente esercizio di quella qualità che gli arabi chiamano taqiyya o anche (con leggere sfumature di senso) kitman. Sempre di “dissimulazione” si tratta, sia che si sminuisca la portata delle convinzioni dell’altro, sia che si sorvoli sulle proprie posizioni per dare l’impressione che tutti dicono la stessa cosa. Da Wikipedia ricavo una definizione molto chiara di questo modo di comunicare il proprio pensiero: “quando si voglia indicare la furbesca opera di proselitismo svolta da alcuni musulmani in ambito non islamico, dissimulando alcuni aspetti dell'Islam che non risultano condivisibili da parte della maggioranza dei non musulmani”.
Cerchiamo pure il dialogo, ma non mettiamolo prima o al posto della verità.
E verità è leggere e capire quello che afferma davvero il Corano a proposito dei punti presentati nella relazione, senza dissimulazioni o interpretazioni di comodo.
“Un unico Dio”. Nel Corano si legge (Sura 4, 171): “Non dite ‘tre!’. Basta! Ciò sarà meglio per voi. In verità Dio è uno solo: è troppo glorioso per avere un figlio!”.
(Sura 5,17): “Sono davvero miscredenti quelli che dicono: Il Messia, figlio di Maria, è Dio”.
(Sura 6,101): “Come potrebbe Dio avere un figlio se non ha consorte?”.
(Sura 19,35): “Non si addice a Dio prendersi un figlio! Gloria a lui!”.
“Fratelli ebrei e cristiani”. Corano (Sura 2,137): “Se gli ebrei e i cristiani crederanno nella stesse cose in cui credete voi, saranno ben guidati; se invece ti volteranno le spalle, saranno in aperta scissione”.
(Sura 4,89): “Vorrebbero che anche voi diveniste miscredenti come loro per essere così uguali. Voi però non sceglietevi amici fra loro, se prima non emigrano per la causa di Dio. Se poi vi voltano le spalle, prendeteli e uccideteli ovunque li troviate e fra loro non sceglietevi nessun amico o difensore”.
(Sura 5,57): “O voi che credete! Non prendetevi per amici quelli che hanno ricevuto il Libro prima di voi né i miscredenti che deridono e scherniscono la vostra religione!
(Sura 47,4): “Quando dunque incontrate in battaglia quelli che non credono, colpiteli al collo e quando li avrete massacrati di colpi, stringete bene i ceppi”.
“Maria vergine”. Corano (Sura 21,91): “Ricordati ancora di Maria che custodì la sua verginità, sì che noi alitammo in lei del nostro spirito, facendo di lei e di suo figlio un segno per le creature”.
“La croce e il Crocifisso”. Corano (Sura 4,156-157): “Gli ebrei sono davvero miscredenti!... e affermano:’Abbiamo ucciso il Messia, Gesù figlio di Maria, messaggero di Dio!’. In realtà non l’hanno né ucciso né crocifisso, ma qualcun altro fu reso ai loro occhi simile a lui”.
Certamente anche questa serie di citazioni coraniche è limitata e unilaterale, poiché si contrappone ad affermazioni della relazione che, a mio avviso, possono suscitare fraintendimenti e dare l’impressione che in fondo tra islamismo e cristianesimo non c’è poi quella grande differenza che può apparire a prima vista. Basta che i cristiani rinuncino alla Trinità, all’incarnazione del Verbo di Dio, alla morte in croce del Messia, alla sua risurrezione, alla salvezza attraverso il sacrificio di Cristo… per farla breve, che diventino musulmani, e si può andare tutti d’accordo (ma come la mettiamo con le divisioni nello stesso islam?)
Mi sono limitato a presentare alcune differenze tra le due fedi dal punto di vista islamico. Per quanto riguarda la presentazione del cristianesimo che emerge dalla relazione, penso che i lettori siano in grado di notare le profonde divergenze tra gli accenni che ne fa Pallavicini e le affermazioni dei Vangeli e del credo cristiano. Per non dare adito a contestazioni, ci tengo a precisare che mi riferisco soprattutto al cattolicesimo, consapevole (e non ci vuole molto) delle divisioni tuttora in atto all’interno del cristianesimo.
Padre Giovanni Boggio (biblista; c.s.j.)
NB. Le citazioni del Corano sono tratte da: Il Corano, introduzione, traduzione e commento di Cherubino Mario Guzzetti, LDC, 1989.
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