L’evangelista Luca ci offre nel suo vangelo un prezioso catechismo sulla preghiera di Gesù e del cristiano. Sottolinea ben sette volte l’esempio del Maestro, il quale si ritira in luoghi solitari per vivere al meglio gli incontri intimi con il Padre. Ci riferisce anche importanti insegnamenti sul nostro incontro orante con Dio. E, al riguardo, ecco come apre il capitolo 18: “Disse (ai suoi ascoltatori) una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi” (Lc 18,1).
Pregare sempre! Proprio così. La preghiera non è tanto un precetto o un invito quanto una necessità, un bisogno insopprimibile del cuore umano. “Il desiderio di Dio è inscritto nel cuore dell’uomo – afferma il Catechismo della chiesa cattolica -, perché l’uomo è stato creato da Dio per Dio” (CCC, 27). Dunque, il dialogo con il Signore riveste carattere di necessità. E’ necessaria la preghiera
come è necessaria la luce agli occhi, l’ossigeno ai polmoni, il cibo allo stomaco. Per questo i santi Padri affermano concordemente che la preghiera è il respiro dell’anima, il respiro di tutto l’essere umano.
come è necessaria la luce agli occhi, l’ossigeno ai polmoni, il cibo allo stomaco. Per questo i santi Padri affermano concordemente che la preghiera è il respiro dell’anima, il respiro di tutto l’essere umano.
E’ un esercizio vitale che qualifica tutte le ore delle nostre giornate. Per cui, parafrasando un noto proverbio di casa nostra, possiamo affermare “dimmi come preghi e ti dirò chi sei”. Si, la preghiera rivela la qualità della tua vita. Tu sei quel che preghi. Il grado della tua fede dipende dall’intensità della tua preghiera; la forza della tua speranza dipende dal dinamismo della tua preghiera; il calore della tua carità dipende dall’amore che metti nella tua preghiera.
L’apostolo Paolo si sintonizza su questa lunghezza d’onda del Maestro Gesù e, rivolgendosi alle prime comunità cristiane, raccomanda : “Siate perseveranti nella preghiera e dedicatevi senza sosta alla preghiera di ringraziamento” (Col 4,2). Scrivendo alla comunità di Efeso, esorta a “pregare senza interruzione, con invocazioni e suppliche di ogni genere” (Ef 6,18). E chiudendo la lettera alla comunità di Tessalonica, ricorda: “pregate incessantemente” (1Tes 5,17).
“Pregare – aggiunge Padre Mariano da Torino – non molto…, ma bene; oppure: molto e bene. Pregare perché è bello, perché è giusto, perché è soave, e non tanto perché è doveroso. Compiere questo dovere come un piacere, il più grande”. E rivolgendosi direttamente al Signore, così si esprime: “E’ vero, o Signore: io posso , quando voglio, in qualunque luogo e tra qualunque gente, mettermi in colloquio con te. Posso abbandonare il mondo, senza lasciarlo, e immergermi in un affettuoso, intimo, prolungato colloquio con te solo”.
Dunque, la preghiera non è un di più o qualcosa di superfluo o di inutile. Tutt’altro! E’ essenziale al nostro vivere quotidiano. E’ una necessità. E’ un’attività naturale come naturale è respirare. Anzi sa vivere bene, chi prega bene. Vita e preghiera costituiscono uno stretto binomio: l’una richiama l’altra. E non è questione di molte preghiere, di formule, di invocazioni, cioè non è questione di quantità, bensì di qualità della nostra preghiera. Gesù, al riguardo, è preciso e chiaro: “Quando pregate, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole” (Mt 6,7).
2. Tre differenti modelli di oranti
Maria di Nazaret si offre a noi nel vangelo come splendida icona di orante. Nella grotta di Betlem si immerge pienamente nel grande evento dell’Incarnazione che la coinvolge in prima persona. E Luca annota nel vangelo: “Maria serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore” (Lc 2,19.51). In quel primo presepe, lei è profondamente raccolta, è in contemplazione. Si estranea da tutto e da tutti per riservare spazio e tempo unicamente al Dio-bambino che, debole e fragile per amore, vagisce là davanti a lei, sotto i suoi occhi. E lei, attenta, considera, richiama, medita e soppesa ogni particolare con materna saggezza.
Nel festoso banchetto a Cana, dove due giovani cuori si giurano amore e fedeltà, sono presenti i Dodici e anche Gesù e Maria. Ed è proprio Maria che si accorge, prima di ogni altro, che quegli sposi stanno correndo il tremendo pericolo dell’esaurimento delle scorte di vino. L’incidente è grave perché, secondo le consuetudini del paese, doveva esservi vino per tutti e in abbondanza. Quella festa può trasformarsi in una cocente umiliazione. Perciò, lei si affretta a rivolgere una preghiera a suo Figlio: una preghiera breve, essenziale, discreta: “Non hanno più vino” (Gv 2,3). Gli presenta una urgenza senza imporre una soluzione; evidenzia un delicato caso umano e poi si rimette pienamente alla sua decisione.
Anche il pubblicano della parabola riferita da Luca (18,9-14) rivolge a Dio nel tempio poche ed essenziali parole e, per giunta, ripetute con sincerità: “O Dio, abbi pietà di me peccatore!”(v.13). E’ consapevole di non avere le credenziali dell’onestà, della lealtà, della rettitudine…, sa di essere immerso nella miseria morale e nel peccato e di aver elevato l’inganno a stile di vita. Ora, nel tempio, alla presenza del Dio tre volte santo, procede al riconoscimento umile e sincero della sua situazione di peccatore. Gesù, nel tratteggiarlo, lo illustra con quattro importanti particolari: sta “a distanza” in fondo al tempio, non osa alzare gli occhi al cielo, si batte il petto e ripete sommessamente la breve implorazione: “O Dio, abbi pietà di me peccatore!”
All’inizio del libro degli Atti, l’autore presenta la prima comunità cristiana in costante atteggiamento di preghiera, e usa due termini molto indovinati: “…tutti questi erano assidui e concordi nella preghiera” (At 1,14). I due termini stanno a dichiarare che quella comunità sta salda ed è unita in profonda comunione fraterna per “la forza” della preghiera. La preghiera è per loro quel che l’albero robusto è per l’edera; questa si abbarbica all’albero e si eleva rigogliosa molto in alto. Se però viene tagliato l’albero, l’edera crolla per terra, perché non ha più il sostegno. Così altrettanto stretto è il rapporto tra preghiera e comunità; quest’ultima resta saldamente unita in comunione per “la forza” della preghiera.
3. La preghiera, centro della vita
Pertanto, il pregare non è uno dei tanti impegni da svolgere nella giornata, non è uno dei momenti di “stacco” dai problemi e dai drammi, non è neppure una specie di rifugio, in cui ci si ripara soltanto in caso di pericolo. Tutt’altro! La preghiera è il centro, il fulcro, il cuore del vivere quotidiano della comunità cristiana. E’ essa che sostiene e scandisce il ritmo delle ore di quelli che sono riuniti nel Cenacolo.
Per questo, Aristide l’apologeta, riferendosi all’esperienza di ogni orante, affermava che “è per la preghiera dei cristiani che il mondo sta in piedi”; e san Giovanni Crisostomo aggiunge: “L’uomo che prega ha le mani sul timone della storia”. Il noto saggista cattolico francese Charles Peguy ha scritto profeticamente alcuni decenni fa: “I grandi uomini d’azione sono eminentemente uomini di grande vita interiore, sono dei contemplativi; non sono gli uomini volti al di fuori (i politici) che fanno le vere rivoluzioni, ma gli uomini volti al di dentro”(i santi).
Perciò, “è indispensabile credere nel primato della preghiera – scriveva il padre Mariano negli anni ’60 -; parlare cioè a Dio per gli uomini, più che parlare agli uomini di Dio. Ad essi il minimo atto d’amore soprannaturale, che fiorisce nella preghiera, è più utile che tutte le opere esterne. La preghiera è il più alto impegno per lo spirito umano; è la più grande forza dell’uomo”.
Chi prega fa succedere sempre qualcosa; non esiste pertanto la preghiera innocua o inutile. Al contrario! La preghiera, anche quella più modesta e silenziosa, è la più radicale e travolgente forza rivoluzionaria. Quindi è saggio pregare e prendere le distanze da quanti ritengono che il dialogo con Dio sia un alibi, un’evasione dai veri problemi della vita, un’alienazione dalla realtà concreta, quotidiana. A queste insidiose insinuazioni risponde Paolo VI: “La preghiera non è un’evasione, ma un’invasione del divino nella vita”. Il tempo della preghiera è quello in cui siamo intensamente dinamici e molto fruttuosi.
Padre Ubaldo Terrinoni

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