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giovedì 10 febbraio 2011

L’enciclica “Caritas in veritate (in re sociali)” nella lettura di un economista

1. Introduzione
La seconda enciclica di papa Benedetto XVI è stata pubblicata il 29-6-2009, in un momento in cui non solo la crisi economico-finanziaria si stava dispiegando pienamente (l’uscita del documento era prevista nel marzo del 2008, ma il sopraggiungere della crisi ha richiesto la riscrittura di qualche parte), ma anche l’approccio convenzionale all’economia era da più parti messo in discussione (addirittura, nel tempio stesso dell’ortodossia liberista, ad opera di
un esponente di spicco dell’università di Chicago, R.Posner).
In questo articolo, dopo aver esplicitato la linea interpretativa portata avanti nel documento papale sul terreno strettamente economico, tenendo presenti le collaborazioni in tal senso attivate (in particolare, con Stefano Zamagni, economista da sempre impegnato sui temi etici e sulla valorizzazione del ruolo della società civile e delle imprese no profit), ed aver accennato all’eco suscitata in riviste e quotidiani economici, intendiamo riflettere sulla praticabilità della proposta avanzata.
Il messaggio centrale di papa Ratzinger può essere sintetizzato in questo modo: un capitalismo senza freni, in cui prevalgano gli interessi privati e logiche di potere, rischia di disgregare la società, tanto più allorché i processi di globalizzazione sono accentuati, e la crisi colpisce il tenore di vita delle popolazioni. Per contrastare questa deriva, occorre un atto di responsabilità a più livelli: individuale, dei legami sociali, dei poteri pubblici (nazionali ed internazionali).
In tal senso l’enciclica di Benedetto XVI, che richiama la “caritas”, cioè la dimensione del dono e della gratuità, e la “veritas in re sociali”, cioè l’impegno per il bene comune della polis e dell’uomo in quanto cittadino del mondo, si inserisce nella moderna dottrina sociale della Chiesa[1], che ha due capisaldi: la Rerum novarum (1891) di Leone XIII che, di fronte agli sconvolgimenti provocati dal laissez faire e dall’avanzata del comunismo, auspicava l’avvento della solidarietà cristiana per contrastare la cultura del conflitto; la Centesimus annus  (1991) di Giovanni Paolo II che, di fronte alla crisi dell’economia di piano, riconosceva che il mercato è uno strumento di crescita del benessere più efficace degli aiuti di Stato, a patto che sia rispettato il diritto del lavoratore ad un “giusto” salario (comprensivo della garanzia della pensione) e il diritto per i paesi poveri di non rimborsare i debiti contratti per sopravvivere[2].

2. Una lettura ragionata
Il documento ratzingeriano è ricco di molti spunti e raffinato nell’esposizione: per questo e per un’argomentazione non sempre lineare, non è di facile lettura per i non addetti ai lavori. Dei sei capitoli, oltre all’introduzione ed alle conclusioni, per complessivi 79 paragrafi e 127 pagine, quelli che proverò a sintetizzare, evidenziando il filo rosso del ragionamento, sono il terzo (più in particolare dal § 35 al 42) e parte del quarto (in particolare il § 48) e del quinto (in particolare il § 57). La lettura, molto tagliata sui temi economici, sacrifica spunti di riflessione che, pur importanti, sembrano meno operativi agli occhi di un economista.
Il percorso di lettura che ho effettuato può essere così riassunto (in parentesi quadra è indicato il paragrafo di riferimento per consentire al lettore di verificare se e quanto la singola affermazione forzi il messaggio originale):
-          la funzione economica del mercato è quella di permettere lo scambio di beni e servizi tra loro fungibili in base ad un principio di giustizia “commutativa” (equivalenza di valore). Tale funzione non può essere svolta senza forme di coesione sociale, cioè di solidarietà e di fiducia reciproca. Occorre, dunque, che, accanto alla prima forma di giustizia richiamata, vi sia anche la giustizia “distributiva” e la giustizia “sociale”, che il mercato non è in grado di produrre da solo [§ 35]
-          un approccio consolidato ritiene di separare l’attività economica, produttrice di ricchezza, da quella politica, che avrebbe il compito di redistribuirla in base a principi di giustizia. In realtà questa separazione, che risponde ad una logica dei “due tempi” (prima si produce e poi si redistribuisce, eventualmente con politiche di welfare) è errata  Non solo è doveroso che canoni di giustizia siano rispettati sin dall’inizio, ma è legittimo pensare che si possa produrre valore economico non finalizzato alla generazione del profitto [§§ 36-37]
-          di fronte a gravi “insufficienze” (veri e propri fallimenti) del mercato e dello Stato, è corretto pensare ad un sistema tripolare che preveda la presenza anche della società civile, ispirata a canoni di socialità, partecipazione e solidarietà (che, in tal modo, si affiancherebbero a quelli di competitività ed efficienza, garantiti dal mercato, ed a quelli di giustizia e bene comune, cui dovrebbe puntare lo Stato, inteso, come si dirà più avanti, non solo a livello nazionale). Questo terzo soggetto, nella forma di organizzazioni con finalità mutualistiche e sociali, affiancherebbe gli altri due con un’azione di stimolo per civilizzare e democratizzare l’economia. In tal senso, alla logica dello scambio (dare per avere) ed a quella dei comportamenti pubblici (dare per dovere) si affiancherebbe l’agire gratuito [§§ 38-39]
-          la collaborazione tra i tre soggetti si incentra sul principio di sussidiarietà, che contrasta la deresponsabilizzazione, l’assistenzialismo paternalistico ed ogni assolutismo di potere. L’ambito decisionale è nel micro e si estende a livello macro, con tutte le gradazioni possibili (rispettando l’autonomia dei corpi intermedi), solo in difetto di soluzioni efficaci da parte delle istanze più vicine al singolo ed alle comunità locali [§ 57]
-          ad una crescita puramente quantitativa della ricchezza prodotta bisogna sostituire l’idea di sviluppo umano integrale, con un’attenzione per gli aspetti qualitativi. L’idea di giustizia e di solidarietà si estende, in tal senso, alla dimensione intergenerazionale: la generazione attuale deve dare ai propri figli e nipoti l’opportunità di esprimersi al meglio [§ 48]
-          la scala dei processi prima descritti è, sempre più, planetaria a seguito dei processi di globalizzazione. Questi ultimi, se ben gestiti, offrono la possibilità di una redistribuzione della ricchezza mondiale a favore di popolazioni in precedenza sottosviluppate; se, però, vengono gestiti in modo non corretto, finiscono per avvantaggiare i paesi sviluppati in grado di sfruttare la liberalizzazione dei movimenti di capitali e di lavoro, accentuando le sperequazioni tra ricchi e poveri su scala nazionale e planetaria[3] [§ 42; ma si vedano anche, per un verso, i §§ 25 e 32 dove si lamenta la riduzione delle reti di sicurezza sociale, che comporta una situazione di insicurezza che può limitare la creatività del lavoratore, e, per un altro verso, il § 40 dove si critica la delocalizzazione attuata solo per godere di vantaggi di costo o per vero e proprio sfruttamento]
-          la crisi economico-finanziaria del 2008 ha reso concreti i rischi paventati. Le cause sono due: la perdita di responsabilità degli imprenditori che, avendo come bussola esclusiva del proprio agire la salvaguardia degli interessi degli azionisti (o, meglio, dei grandi azionisti di riferimento, date le perdite subite dai piccoli risparmiatori), hanno marginalizzato gli interessi degli altri portatori di interessi, cosiddetti stakeholders (lavoratori, consumatori, fornitori, ambiente naturale, società civile); la seconda causa risiede in atteggiamenti speculativi improntati ad un’ottica di breve periodo (il cosiddetto shortermismo dei mercati finanziari). E’ anche per questo che la presenza di imprese no-profit e di realtà come gli istituti di microcredito può fungere da stimolo per dare un contenuto etico alle scelte aziendali [§ 40]
-          l’errore, che è emerso in pieno con la crisi, risiede nella confusione tra mezzi e fini, con una semplificazione che assolutizza l’economia, intesa come semplice affermazione dei motivi “egoistici” che spingono l’individuo a perseguire il proprio tornaconto, fidando nella “mano invisibile” che dà coerenza a comportamenti individuali mossi da tali moventi (isolando dal contesto le celebri massime contenute nella Ricchezza delle nazioni di A.Smith), finalizzando la politica (alla maniera della vulgata del pensiero di Machiavelli e Guicciardini) alla semplice gestione del potere [pur non essendoci riscontri testuali, sembra questa la conclusione dell’enciclica].

3.  L’eco presso gli economisti
Senza nessuna pretesa di esaustività, in questo paragrafo elencheremo alcuni lavori di economisti che hanno commentato l’enciclica di papa Ratzinger.
Il governatore della Banca d'Italia M. Draghi in un intervento su “L’Osservatore romano” del 9-luglio-2009 dal titolo «Non c'è vero sviluppo senza etica» osserva: “Uno sviluppo di lungo periodo non è possibile senza l'etica…. Per riprendere la via dello sviluppo occorre creare le condizioni affinché le aspettative generali, quelle che Keynes chiamava di lungo periodo, tornino favorevoli. È necessario ricostituire la fiducia delle imprese, delle famiglie, dei cittadini, delle persone nella capacità di crescita stabile delle economie».
Il premio Nobel per l’economia P. Samuelson ha commentato positivamente l'enciclica, sostenendo che «il Papa con la sua enciclica sta cercando di riportarci ad una realtà che potrebbe diventare più vivibile con un ritorno all'etica nella finanza» (G.D’Arbitrio, “Samuelson è con il Papa: No al capitalismo selvaggio”, http://www.denaro.it, 14 luglio 2009).
Sulla rivista “Economia italiana” (n. 2, 2009) è comparso un articolo dell’economista P.Savona dal titolo “Caritas in veritate, il manifesto papale per lo sviluppo globale”, seguito da un intervento del vescovo di Terni, V.Paglia, sul tema “La giusta mercede. Spunti di riflessione a partire dalla enciclica Caritas in veritate”.
Nel n. 3, 2009 di “Economia politica” vi è stato un intervento di M.Camdessus, direttore del Fondo monetario internazionale fino al 2000, dal titolo “Sur la lettre encyclique Caritas in veritate”.
Sul quotidiano economico “Il Sole 24 ore” (11 marzo 2010) vi sono stati due interventi: il primo di E.Gotti Tedeschi, presidente dello Ior [la “banca del Vaticano”, al centro negli anni ’70-’80 del secolo scorso, sotto la presidenza di mons. P.Marcinkus, di polemiche per scandali finanziari[4]], ma anche collaboratore per la stesura dell’enciclica papale, dal titolo, provocatorio, “I buoni preti? Meglio degli economisti”; il secondo del rettore dell’Università Bocconi, G.Tabellini, dal titolo “Adam Smith, le regole ed i valori condivisi”[5].
L’ultimo riferimento è ad un convegno, il VII simposio internazionale dei docenti universitari su “Caritas in veritate. Verso un’economia al servizio della famiglia umana: persona, società e istituzioni” (Roma, 24-26 giugno 2010), con l’intervento, tra gli altri, del citato S.Zamagni.
Dai riferimenti forniti emerge come buona sia stata l’accoglienza da parte di economisti prestigiosi e come le reazioni siano proseguite nel tempo, a testimonianza di un documento non effimero.

4.  Una proposta operativa
Non è pensabile attendersi da un’enciclica soluzioni immediate, ma solo l’indicazione di una strada che vada oltre il contingente, prospettando uno scenario non appiattito sullo status quo, un’utopia (ma ben piantata sul concreto) in grado di orientare i passi e scaldare i cuori non solo dei fedeli, ma di tutti gli uomini di buona volontà sensibili ad un sistema di valori. Nonostante le difficoltà di lettura, il documento di papa Ratzinger persegue questo obiettivo.
L’enfasi data a soluzioni che rimangono, inevitabilmente, “di nicchia” come le imprese no-profit, i micro-progetti (ad es. di microcredito), etc. è, in parte, eccessiva: ciò non toglie validità a strumenti che, a patto che si affermino in modo autonomo e non sovvenzionato, possono fungere da stimolo per le imprese e le aziende di credito tradizionali.
Quello a cui, però, bisogna puntare è il centro del sistema suscitando insoddisfazione rispetto alla fede cieca nel primato assoluto dell’economia e della finanza (e riduzione della politica a mera ancella del potere economico), una fede che si è delineata soprattutto a partire dagli anni ‘80 del secolo scorso con lo smantellamento di ogni sistema di regole. Da questo punto di vista il messaggio che può venire dalla Chiesa cattolica è l’attenzione per una prospettiva lunga e il primato dell’uomo nella sua integrità: uomo che deve concepire la propria missione come quella dell’amministratore fedele impegnato a presentare un bilancio corretto dell’uso (che deve essere fruttifero) delle risorse che gli sono state affidate, nella consapevolezza che l’affidamento non è in via definitiva e, dunque, non contempla l’appropriazione esclusiva.
Se si diffondesse questa consapevolezza, molti mali dell’economia e della vita socio-politica potrebbero attenuarsi. Per questo occorre agire sulle coscienze, un compito che non spetta solo alla Chiesa ma su cui dovrebbe puntare l’educazione in generale, essendo la correttezza, formale e sostanziale, dei comportamenti ed il rispetto per gli altri (il prossimo), per la natura, per i posteri valori laici, autenticamente liberali, ormai (ahimè) poco di moda. La morale cattolica va, in questo senso, a supportare quella laica rendendo più cogente l’obbligo a rispettarli e ad orientare le istituzioni alla loro attuazione pratica.


[1] Cfr. il Compendio della dottrina sociale della Chiesa, Città del Vaticano, 2005.
[2] E’ significativo che l’enciclica di papa Ratzinger si raccordi, più che alla Centesimus Annus del predecessore diretto Giovanni Paolo II, alla Popularum progressio (1967) di Paolo VI, di cui pure ricorreva il quarantennale.
[3] Come la vicenda Fiat ha evidenziato, la globalizzazione sta spingendo verso il basso salari e condizioni di lavoro nei paesi già industrializzati, con il ricatto della delocalizzazione delle produzioni nei paesi emergenti. Per evitare ciò, è necessario un concorso di circostanze: che si riduca il cuneo fiscale e contributivo per avvicinare il costo del lavoro a quanto percepito dal lavoratore in busta paga, che la specializzazione produttiva non sia su produzioni tradizionali, che si possano sfruttare altri vantaggi localizzativi che contrastino la spinta alla delocalizzazione, che vi sia una condivisione dei risultati aziendali da parte dei lavoratori anche con forme di partecipazione agli utili, che la coscienza dei diritti civili si estenda ai paesi emergenti evitando forme di dumping sociale.    
[4] Dalle tentazioni diaboliche della finanza “per la finanza” (anziché “per lo sviluppo”) non è stata immune, dunque, in passato neppure la Chiesa.
[5] Tabellini ricorda un volume interessante scritto da un economista liberale, L.Zingales, ed un filosofo gesuita, G.Salvini, con la collaborazione dell’editorialista de “Il Sole 24 ore” S.Carrubba, su Il buono dell’economia. Etica e mercato oltre i luoghi comuni, Università Bocconi Editore, 2010.

di Giuseppe Garofalo





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